L’abbiamo detto.
Gli Stati Uniti sono un paese double face. Hanno tutto e il contrario di tutto. Sono il paese delle contraddizioni, della democrazia formale che si scontra con quella sostanziale, della promozione delle democrazie ma anche delle guerre, che lottano per liberare un paese dal dittatore ma con l’altra mano lo finanziano per anni. È un paese ricchissimo, fatto di general manager con salari altissimi che sfoggiano il loro lusso sfrenato, fatto di gioielli e auto sportive, ma anche di ville con piscina e bodyguard personali; ma è anche il paese con il più alto numero di homeless nel mondo occidentale. Tra le prime dieci università al mondo 8 sono americane: sono università per ricchi, università private, per figli di papà. Le altre università, quelle pubbliche o di provincia, sono tra le peggiori del mondo occidentale. È il paese dell’eccellenza ma anche della mediocrità. In alcuni Stati non puoi fumare a sei metri dall’ingresso di un edificio pubblico ma puoi andare in un armeria e comprarti un’arma da fuoco. Il fumo fa male e dunque proteggiamo chi no fuma. Le armi? Quelle non fanno male? È il secondo emendamento, ragazzi. E già, lo dice la costituzione americana, lo prevede la legge. Dunque che si vendano armi, e poi non fa niente se qualche povero Cristo, incazzato con il mondo imbraccia la sua semi automatica (lo sentito dire nei film americani… anche se confesso di non sapere esattamente cosa sia) e fa una strage.
Beh, non sono mai stato un filo americano. Anzi tutt’altro. Ne ho più volte e in più luoghi contestato la smania imperiale, i metodi poco ortodossi di gestire la politica internazionale, le varie guerre, l’individualismo sfrenato, il neoliberismo come dottrina, il popolusimo messianico, la falsa retorica, il falso pudore e l’ipocrisia di fondo che serpeggia a tutti i livelli. Mille altre critiche ho rivolto a questo paese. Ma in una cosa almeno gli USA sono infinitamente superiori a noi: nell’Università e nella ricerca. Parlar male dell’Università italiana è un po’ come sparare sulla croce rossa: mancanza di finanziamenti pubblici e privati, sistema di assunzione di ricercatori basato su meccanismi non trasparenti (per usare un eufemismo), sistema fortemente gerarchico, poca serietà di una parte del personale docente ecc, ecc, ecc. Potrei continuare un bel po’ elencando i guai dell’Università italiana, dove è molto più importate whom you know that what you know, dove devi passare il tempo a cercare amicizie e alleanze più che a fare ricerca e studiare, dove per farti pubblicare un articolo (o almeno sperare che lo leggano) devi conoscere qualcuno. Sì, lo squallore del mondo accademico italiano è ben noto. Ed ora non ne voglio parlare.
Il convegno a cui sono invitato a partecipare come relatore annovera tra le proprie fila autori del calibro di David Lyon, Gary T. Marx, James Rule, Elia Zuriek and many others.
È organizzato da Gary T. Marx (Emiritus of Sociology, MIT) che quest’anno è Hixon-Riggs Professor of Science, Technology and Society at Harvey Mudd College.
Il tema è quello della sorveglianza e del controllo sociale. Il programma, e i relatori invitati a parlare, è di altissimo livello. Io dovrei fornire, come chiave di lettura, il punto di vista italiano. In realtà l’Italia non sembra avere grandi particolarità nell’ambito della sorveglianza, così parlerò sia del caso inglese (ben più interessante) sia del pacchetto di idee presentato da Francor Frattini lo scorso 13 Febbraio al parlamento Europeo. Parlerò anche del progetto del ministero dell’immigrazione inglese, denominato IRIS (Iris Recognition Immigration System), dell’incredibile numero di CCTV presenti in Inghilterra (4.2 milioni) che riprendono in media 300 volte al giorno i cittadini inglesi.
Temo invece che non avrò tempo invece di esporre le mie idee circa la società dei controlli e il ruolo crescente che in essa giocano le multinazionali.
Chi va a piedi usa la testa. E già perché andare a piedi significa usare la testa. Pensiamoci un attimo: andare a piedi ci permette di mantenerci in forma, di non inquinare, di incontrare persone, di scoprire angoli nascosti della città, di evitare lo stress da traffico e da parcheggio. Dai dite la verità: quante volte ci siamo stancati di più a cercare un dannato parcheggio che a fare cento metri a piedi? Andare a piedi riduce lo stress, rasserena gli animi. Andare a piedi è dunque un modo per regalare un sorriso alla città. La città è anche la nostra e a noi spetta viverla. Non deleghiamo sempre tutto agli altri. Iniziamo dal basso, dalle piccole cose. Andare a piedi migliora la vita. Nostra e anche degli altri.E poi non dimentichiamoci che andare a piedi ci permette di risparmiare, non solo in termini di tempo, ma anche e soprattutto in termini economici. E già la tasca. Spesso non riusciamo ad arrivare a fine mese, però alla macchina non riusciamo proprio a rinunciare. Eppure la benzina, o diesel fate voi, incide in maniera sempre più consistente sulle nostre tasche. E allora, quando possiamo andiamo a piedi, lasciamo respirare la città, lasciamo respirare i nostri polmoni. E le nostre tasche. E poi veramente camminare fa bene. L’ha ricordato anche il sindaco Ganau il giorno della presentazione della campagna sociale promossa dalla facoltà di Lettere e Filosofia di Sassari, in collaborazione con il comune. In quel caso ha parlato anche da medico e non solo da primo cittadino, ricordando come una parte delle malattie principali che affliggono la nostra società è dovuta alla sedentarietà della popolazione. E allora camminate gente, camminate.
L’inquinamento nella nostra città ha raggiunto livelli intollerabili, frutto, anche, di una cattiva abitudine di una parte dei cittadini che usa l’automobile per ogni spostamento. Il nostro obiettivo, dunque, è quello di rendere sensibile la città e i suoi cittadini dinanzi a questo problema. D’altronde i dati parlano chiaro: Sassari ha la maglia nera per traffico, smog e trasporti. È così dalla collaborazione tra la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Sassari e l’assessorato all’ambiente del comune di Sassari è nata l’idea di realizzare una campagna antismog. Nell’ambito del corso Sociologia dei processi culturali, tenuto dal Prof. Gianfranco Sias e dal Prof. Massimo Ragnedda, della laurea specialistica di MediaRes (Media studies, Arti della rappresentazione, Eventi, Spettacolo) si è realizzata una campagna di comunicazione sociale volta a sensibilizzare la cittadinanza di Sassari ad utilizzare il meno possibile la propria auto. La presentazione ufficiale della campagna è fissata per Martedì 18 marzo alle 10.30 al Palazzo Ducale. Saranno presenti il sindaco di Sassari, il preside della facoltà di Lettere e Filosofia, i docenti e gli studenti che hanno partecipato.
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Non vi è di peggio che lo studioso di scienze sociale senta il bisogno di mettere per iscritto i suoi “piani” solo allo scopo di chiedere denaro per attuare una ricerca o progetto specifico. La maggior parte dei piani vengono scritti, o perlomeno stesi in bella copia, per ottenere finanziamenti. La cosa, anche se ormai consueta, non cessa per questo di essere, a mio avviso, pessima, perché porta, in maggiore o minore misura, alla commercializzazione del lavoro, il quale, con ogni probabilità, si conformerà diligentemente, nelle conclusioni, alle aspettative prevalenti…. Uno studioso di scienze sociali, dovrebbe nel suo lavoro, fare periodicamente il punto sui problemi e i piani.
Wright Mills, L’immaginazione sociologica, p. 209
Ecco Wright Mills aveva ragione. Il sociologo statunitense riassume perfettamente l’intento del mio blog. Cercherò di fare periodicamente il punto sui problemi e sui piani; rifletterò sulle cose piccole e le cose grandi. Lo farò come studioso di scienze sociali (insegno sociologia dei processi culturali presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Sassari) ma anche come attore sociale.