Massimo Ragnedda

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Dialoghi sulla libertà. Parte II

Ma in quali meandri mi sono voluto infilare. Che diamine: parlare di libertà. Che mi sarà venuto mai in mente. Un argomento così vivo, così acceso e dibattuto e, al contempo, così difficile da incastonare all’interno di facili etichette o semplici aneddoti. Che diamine. Libertà, libertà, libertà. Libertà è scelta, libertà è possibilità di muoversi, mandare a quel paese chi vuoi, non subire ingiustizie, possibilità di ribellarsi, autodeterminazione. Libertà è la capacità, la forza e la possibilità di dire no. Libertà è tutto questo. Ma soprattutto, libertà è anche ben altro.

Dialoghi sulla libertà. Parte I

L’ho detto sin dall’inizio. Farò il punto sui problemi e i piani. Mi guarderò attorno e rifletterò a voce alta. Oggi mi va di farlo. Non so se lo faccio da studioso di scienze sociali e da comune mortale. Non lo so, e in fondo non lo voglio sapere. Voglio però riflettere su una delle cose più complicate sulle quali riflettere, utilizzata a manca quanto a destra, da tiranno e rivoluzionari, da schiavi e padroni: il sostantivo femminile, libertà. E lo voglio fare partendo da un aneddoto, tanto semplice quanto eloquente.

Proprio ieri ho incontrato un mio vecchio amico dei tempi di Cambridge. Un italiano che a meno di 40 anni ed ha già insegnato a Harvard, LSE, Oxford ed ora insegna a Cambridge. Prima cosa su cui riflettere: da noi sarebbe impensabile. A 32 anni stava già insegnando nella più prestigiosa università al mondo, dopo due anni è andato via per tornare nella “sua” London (dove ha fatto il Ph.D) per poi spostarsi a Oxford e infine approdare a Cambridge dove ora vive. La mobilità da noi è cosa impensabile e cosa assai più grave è impensabile costruirsi la propria carriera da soli. Ma per favore non fatemi dire altro.

I media rispettino il popolo ROM

Appello giornalisti antirazzisti

Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una forte campagna politica e d’informazione riguardante il tema dell’immigrazione. Siamo rimasti molto impressionati per i toni e i contenuti di molti servizi giornalistici, riguardanti specialmente il popolo rom. Troppo spesso nei titoli, negli articoli, nei servizi i rom in quanto tali – come popolo – sono stati indicati come pericolosi, violenti, legati alla criminalità, fonte di problemi per la nostra società.

Purtroppo l’enfasi e le distorsioni di questo ultimo periodo sono solo l’epilogo di un processo che va avanti da anni, con il mondo dell’informazione e la politica inclini a offrire un caprio espiatorio al malessere italiano.

A forza di essere vento

Anche in questo caso, come già fatto con Katy, trasformo un commento in post. Si tratta di un commento del mio amico Emiliano, su un tema molto caldo e sentito in questo periodo: il problema “sicurezza” e paura rom.
Ho già avuto modo di scrivere sul blog sui rom. Non posso dire di essere un esperto di quella cultura, ma ho avuto modo di occuparmene per puro piacere personale e per polemica politica. Nel ‘98 sulla Nuova Sardegna apparve una lettera di un consigliere comunale di Olbia che descriveva in maniera terroristica e razzista la presenza dei rom sul territorio. A quell’epoca, forse per la giovane età, ero più dedito alla polemica che al ragionamento per cui risposi, sempre dalle colonne del giornale, in maniera piuttosto piccata. Solo pochi anni dopo il nonno di un mio amico fraterno, quasi centenario, fu assassinato da due ragazze nomadi. Ciò mi indusse a riflettere. Tali riflessioni le riporto oggi, visto che il tema dei rom, degli zingari che dir si voglia(ci si dimentica dei sinti, ma non stiamo a fare una disquisizione filologica… ;) è di strettissima attualità.

Censura nel giorno della memoria

Riprendo e pubblico un commento di Katy perchè mi sembra importante riflettere su queste parole. Per questo mi sembra giusto dedicare a queste parole uno spazio più importante.

La realtà viene considerata come una cosa scomoda. Ieri si celebravano i trent’anni dalla morte per di Aldo Moro, e in contemporanea i trent’anni dall’omicidio di Peppino Impastato giornalista ucciso dalla mafia, del primo si è parlato molto e a ragione del secondo si è quasi taciuto, sui dieci telegiornali che ho visto solo due (su Rai Tre) parlavano della tragica concomitanza. Oggi sono venuta a sapere che anche sul discorso contro il terrorismo tenuto dal capo dello stato c’è stata una censura la Rai ha infatti tagliato il discorso fatto dal presidente dell’Unione Vittime Per Stragi Paolo Bolognesi. Lo allego qui di seguito perchè ritengo giusto che questo messaggio venga diffuso. Sono indignata di fronte a tanto cinismo e tanta indifferenza. A me sembra volontà di dimenticare e di farci dimenticare. Cancellare un pezzo così tragico della nostra storia è privarci della realtà. È un offesa per tutti coloro che sono morti perchè noi fossimo liberi.

Elogio di un Santo

Mitico. Walter sei un mito. Hanno ragione i camerati che ieri notte, con le croci celtiche e le braccia tesa al saluto romano, appena tre giorni dopo che l’Italia ha festeggiata la liberazione dal fascismo (così giusto per capire che umore tira…), hanno esibito un beffardo slogan: “Veltroni santo subito”. D’altronde è riuscito nel miracolo. “Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento. Candidando Rutelli ha perso Roma”. Quello slogan è una perfetta analisi della sua ascesa (o discesa) politica. Certo, un’analisi striminzita, semplice, ma con un messaggio forte. D’altronde si trattava di uno slogan: di quelli che piacciono tanto a te, caro San Walter.

Eccolo qua il mito, appena promosso come nuovo Santo, della politica italiana. E del centrosinistra. Quello del “We can” e del “I care” di qualche anno fa (se non detti in inglese, pare che i suoi slogan non sortiscano l’effetto sperato) . Lui sì, che ne sa. Caspita se ne sa. È un avanguardista, un apripista, uno moderno (più probabilmente postmoderno, cioè privo di fondamenta, disancorato e senza grandi ideali ad illuminare le sue buie idee).

San Walter è quello che non nominava mai Silvio durante la campagna elettorale (ma tramava, sperando in un pareggio, con il pregiudicato avversario) e si limitava al “principale esponente dello schieramento a noi avverso”, così giusto per crearli un altro po’ di suadente mistero intorno. San Walter è quello che si è schierato più contro la sinistra che contro il suo avversario, che non ha mai difeso l’operato del suo governo, seguendo la destra nell’opera di demonizzazione, che ha fatto cadere il governo, quando stava per ridistribuire il tesoretto, dopo due anni di sacrifici e malcontento. Ora quel tesoretto e il risanamento, se lo godrà il centrodestra e con le loro televisioni ci convinceranno che è merito loro. Mitico Walter. Hai dato la caccia alla sinistra, l’hai affossata per inseguire il bel Pierfendi al centro e ora ti ritrovi con un pugno di mosche bianche in mano. Mentre quelle nere ronzolano, tanto da infettare la capitale…

La realtà che non c’è. Eppure c’è

C’era una volta un piccolo regno. Una piccola comunità che prosperava in armonia e pace e ben retta da un vecchio e saggio re. Il re ascoltava le esigenze dei suoi sudditi (come si direbbe oggi: ascoltava la base…cosa che una certa sinistra non ha fatto…) e governava in maniera virtuosa. Perfetta intesa dunque tra i cittadini e il re. Perfetta sino al giorno che per un incantesimo l’acqua della fontana diventò pericolosa: berla significava diventare pazzi. Chi si abbeverò a quella fontana (l’unica in tutto il regno) percepiva una realtà che non esisteva, vedeva cose che non c’erano, avvertiva bisogni non reali. L’hanno bevuta tutti quell’acqua. Tutti tranne il re, che aveva un suo pozzo nel giardino. Egli, non bevendo quell’acqua, continuava a vedere la “realtà” per quella che era, ad usare il senno. Era l’unico non visionario, l’unico non incantato e la cui visione del mondo non era influenzata da quell’acqua maledetta. L’idillio a quel punto finì. Il re non riusciva ad andare di pari passo con il popolo: sapeva che la visione che il popolo aveva della realtà era distorta e sbagliata. Lo sapeva molto bene. Provò a farli ragionare, aprire gli occhi, riflettere. Ma non c’era niente da fare. Niente. Il divario di vedute tra re e cittadini era incolmabile. Il re si disperò. Chi aveva bevuto quell’acqua non riusciva più a disintossicarsi e tornare a vedere la realtà con altri occhi. Al vecchio re non rimase che un grande dilemma: continuare sulla sua strada, ovvero non bere quell’acqua e non assecondare le visioni distorte del popolo, oppure bere quell’acqua, intossicarsi e procedere di pari passo con le esigenze della gente. Il re optò per questa seconda scelta. Andò alla fonte, si abbeverò con quell’acqua maledetta e cominciò ad avere visioni. Vedeva il mondo con occhi diversi: la realtà era deformata, non “reale”, distante dalla realtà. Ma. Già, c’era un ma: la vedeva con gli occhi della gente. Della sua gente. Andava di nuovo di pari passo con loro. Ascoltava di nuovo le richieste dei suoi sudditi. E l’idillio continuò. Le favole a questo punto finiscono con un: e vissero felici e contenti. Un po’ come gli happy ending dei film hollywoodiani.

Riflessioni su un viaggio americano. Ultimo atto. L’americanizzazione

C’era una volta l’anomalia italiana. In Italia era attivo il più grande e forte partito comunista d’occidente. Per questo gli USA non la perdevano mai d’occhio. Troppo importante, strategicamente, per lasciarla in mano agli italiani. Ingenti aiuti economici e militari, per limitare, con mezzi leciti e meno leciti, l’ascesa al potere dei comunisti in Italia. Poi il partito si sciolse, dopo la caduta del muro di Berlino, e venne, subito dopo, rifondato. Andò al governo e lo fece cadere. Allora si scisse. Si riappacificarono, pur tenendo distinti i nomi dei partiti, ed andarono al governo. Tutto sino a qualche mese fa. Un vecchio volpone della politica, nonché ministro della giustizia, facendo male i conti elettorali decise (non da solo, ma anche sotto indirette pressione del neonato partito che raccoglie ex comunisti e ex democristiani) di far cadere il governo. Giungiamo così alla nuova anomalia italiana: unico paese occidentale che non ha socialisti in parlamento. Lasciamo pure perdere i comunisti, che pure sono rappresentanti in qualche altro paese (non tantissimi a dire il vero), ma i socialisti ci sono (quasi) ovunque. Ma non in Italia. È la prima volta, dal dopoguerra, che in parlamento non si trova neanche una persona che si rifà al partito socialista o comunista. È l’Italia che cambia, ragazzi. Non è mia intenzione esprimere giudizi di valore, perlomeno in questa sede, sulla cosa. Era, ed è, una constatazione di fatto. Ci stiamo americanizzando. L’hanno detto quasi tutti. Lo dico anche io. E non da oggi, ad essere sinceri. La direzione sembra essere questa: vogliamo fare gli americani. Non solo per il bipartitismo. Tutta la campagna elettorale è stata filoamericana.

Riflessioni su un viaggio americano. Quarta parte

Ultime battute e riflessioni, per ora, sul viaggio americano. Che poi sono riflessioni sulla situazione statunitense. Voglio concludere queste note sul viaggio, ritornando all’inizio, al lungo viaggio per arrivare nel far west, nella costa occidentale degli Stati Uniti. Partenza Alghero, direzione Roma. Ore 6.40 del mattino. Uno dei primi aerei della mattinata. In ritardo. Ma come si può essere in ritardo con il primo aereo della mattina? Capisco la sera, perché minuto dopo minuto si accumula un ritardo di ore, ma che il primo aereo parta con un’ora e trenta di ritardo. Misteri italiani. Ah l’italietta…Bella, affascinante, dove si mangia bene e ci si sollazza al sole, ma disorganizzata e in mano ad incompetenti (non è un’affermazione da bar, ma la spietata analisi fatta da Giddens l’anno scorso durante la sua lezione all’Università di Cambridge. Certo da uno dei più grandi sociologi viventi ci si aspetterebbe qualcosina di più e di più articolato, ma forse non ha trovato altre parole per descrivere il nostro bel paese…) Corporativista, chiuso e gerarchica. Feudale per giunta. Così invece l’ha definita, sempre l’anno scorso (e che sia stato un anno nero per l’immagine dell’Italia?) il presidente di uno dei più importanti centri studi di ricerca italiani. Mica bau bau micio micio…

Riflessioni su un viaggio americano. Terza parte.

L’America ci incanta sempre. Ah in America si trova questo; ah se fossimo in America; ah l’America… Ce l’abbiamo proprio nelle teste. E nel cuore. Anni e anni passati di fronte alla TV a sognarne i miti e a desiderare quello che gli adolescenti americani desiderano, a gioire o disperarci quando loro si disperano, a sentirci tutti americani. Anni e anni dicevamo: e tutto quel tempo ti forma. Siamo esseri sociali perché immersi nella società che ci circonda. Siamo esseri mediali, perché ci formiamo, anche, in relazione ai media. Più tempo si trascorre in compagnia dei media e più informazioni riceviamo da loro e più probabilità che ci formino abbiamo. Pensiamo ad MTV: milioni di ragazzi trascorrono il proprio tempo libero guardando le sue trasmissioni. Clip musicali, che altro non sono che semplici operazioni commerciali, vengono trasmessi in continuazione, veicolando immagini e spaccati della vita statunitense. In MTV troviamo un concentrato di postmodernità. Lo so, lo so: la discussione su cosa sia e cosa no la postmodernità è tutt’altro che finita. Ma io, dovendo prendere parte, patteggio per la postmodernità. E gli USA sono un paese postmoderno. Caspita se lo sono. Ritorniamo ad MTV però. Già perché lì ci siamo fermati. Se ci pensiamo bene non offre giudizi e non crea punti di riferimento. Tratta argomenti che Bourdieu avrebbe definito “omnibus”, senza cuore, senza anima e sui quali non si deve, e non si può, prendere parte.

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