Massimo Ragnedda

Part of the Stanford/Elsevier Top 2% Scientist Rankings 2025

Intervista per Pagine Sarde

L’intervista rilasciata alla rubrica Pagine Sarde in onda su TeleSassari Tv

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L’omologazione mediatica e il rischio di un’unica visione della realtà

Massimo Ragnedda (Tiscali)

Ogni epoca ed ogni società, per quanto piccola, propone e fornisce ai suoi membri, attraverso le proprie istituzioni, gli strumenti interpretativi con i quali ela­borare i dati che provengono dall’esterno. Per essere ancora più precisi: ogni epoca e società fornisce i “propri” strumenti interpretativi. La particolarità della nostra epoca, caratterizzata dall’avvento dei mass media e dalla diffusione degli stessi messaggi e valori a livello globale, sta nel fornire gli stessi strumenti interpretativi e gli stessi parametri di valutazione ai cittadini. Hardt e Negri in Impero (2002: 48) parlano di un sistema che «costruisce le fabbriche sociali che svuotano o rendono inefficaci le contraddizioni; crea situazioni in cui, prima di neutralizzare le differenze con l’uso della forza, cerca di assorbirle in un insignificante gioco di equilibri che si generano e regolano da soli».

Comunicazione e informazione sono armi del dominio e del potere

di Massimo Ragnedda (Tiscali)

La principale battaglia nella nostra società è quella per la conquista delle menti. Da sempre la comunicazione e l’informazione sono armi del dominio e del potere (ma anche del contropotere), ma mai come ora la capacità di costruire consenso è fondamentale per imporre le regole che governano le istituzioni della società. Il potere, dunque, si esplica, anche e soprattutto, attraverso la capacità di plasmare le menti (Castells 2009). Infatti il modo in cui noi pensiamo influisce e determina le leggi, i principi e i valori su cui le società si fondano; il modo in cui noi pensiamo determina come agiamo, sia singolarmente che collettivamente.  La vera sfida dell’èlite al governo  – che non necessariamente coincide con i politici al governo, quelli democraticamente eletti, anzi spesso trae vantaggio dallo stare nell’ombra – sta nel riuscire ad imporre, grazie alla comunicazione, il pensiero unico, ovvero, per usare le parole di Ignacio Ramonet “la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universalisti, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale” (2004: 48).

Social control and surveillance in the society of consumers

Massimo RagneddaSocial control and surveillance in the society of consumers, International Journal of Sociology and Anthropology Vol. 3(6), pp.180–188, June 2011, ISSN 2006-988x ©2011 Academic Journals .

Abstract:  The new Information and Communication Technologies (ICTs) introduced a highly automated and much cheaper systematic observation of personal data. ICTs advance the intensification and the extension of surveillance, such that an expanding quantity of data can now be collected, tabulated and cross-referenced more rapidly and more accurately than old paper files. This process contributes to the building a “new electronic cage” constraining the individual, on the basis of his e-profile and data-matching. Especially two agents of surveillance are interested in collecting and using such data: government authorities and private corporations. Massive stores of personal data held on ordinary people are now vital to both public services and private business purposes. The new electronic cage is more all-encompassing and complete, being able to produce a complete profile of citizens and consumers in real time. Both public and private information agencies rely on one another for creating and modelling the profiles of good citizens/consumers who, by definition, are well integrated into social life, exhibiting predictable behaviour that conforms to the general needs of contemporary consumer/ oriented social relations. The underlying assumption under girding the public/private exchange of personal data, the idea is that a good consumer is also a good citizen, and vice versa.


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Aumentano i super ricchi, ma la crisi la pagano i poveri. I mass media e l’élite al potere

Massimo Ragnedda (Tiscali)

“Bisogna tagliare la spesa pubblica perché c’è la crisi”. Quante volte abbiamo sentito ripetere dai governi e dai principali media nazionali e internazionali questa frase. L’hanno ripetuta talmente tante volte che ora una parte dell’opinione pubblica sembra averla accettata come una necessità, come un fatto del destino, come il freddo in inverno e il caldo in estate. Qui si annidano due tecniche della propaganda (tutte le società hanno un proprio sistema di propaganda): ridondanza del messaggio e mancanza di alternative. Insomma, dobbiamo tagliare perché non ci sono alternative, e questo viene ripetuto sino alla nausea, in modi e accenti diversi, da chi ha la forza di ripeterlo, ovvero da chi ha accesso al circuito mediatico. Ritornerò su questo punto, perché è cruciale. Ora proviamo a capire meglio la frase iniziale. Innanzitutto chiediamoci cosa dobbiamo intendere per “spesa pubblica”. Spesa pubblica significa innanzitutto scuola pubblica, università pubblica, significa strade, centri culturali, asilo, ospedali, cure mediche. Significa, in ultima analisi, redistribuzione del reddito e diminuzione della sperequazione economica; significa offrire un servizio a chi non potrebbe permetterselo; significa garantire una vita dignitosa a tutti. Il Welfare State è stata una delle più grandi conquiste sociali di sempre. Allora perché tagliare queste spese? Perché c’è la crisi, ripetono. Ragioniamoci su. Il Wall Street Journal, in questi giorni, ci ha informato che lo 0,1 per cento della popolazione mondiale (ovvero le persone più ricche al mondo) possiede il 22% della ricchezza del pianeta e che il numero dei super ricchi è in aumento. Infatti, sempre secondo il Wall Street Journal, lo scorso anno, durante una delle fasi più acute della crisi, il numero di persone ricchissime è aumentato del 12,2%. Un altro dato: cinque grosse banche statunitensi – Bank of America, JP Morgan, Citibank, Goldman Sachs ed Hsbc –alla fine del 2010 (mentre il mondo arrancava e i governi di mezzo mondo finanziavano le banche per non farle fallire) hanno messo in cassa profitti per più di 19 miliardi.

Piccoli “homo videns” crescono. La pubblicità e i minori

Massimo Ragnedda (Tiscali)

La pubblicità influenza davvero i bambini? E come? È un tema molto dibattuto in ambito sociologico e le opinioni non sempre sono unanimi. Anzi, il dibattito è molto acceso. Non si tratta solo delle classiche dispute tra apocalittici e integrati di echiana memoria, ma di metodologia d’analisi, punti di vista, formazione culturale e “scuole di appartenenza”. Non voglio ripercorrere questa disputa, ma offrire alcuni spunti di riflessione partendo da alcuni dati ottenuti in ricerche condotte sul campo. Penso, sulla base delle ricerche sin qui condotte, che la pubblicità e il suo fantastico, ma «reale», mondo, gioca un ruolo cruciale come processo di socializzazione per i bambini. È un modo, spesso uno dei più importanti, che i bambini hanno per entrare in contatto con la realtà, per conoscere valori e modelli comportamentali, per apprezzare e desiderare alcune cose. Al di là del prodotto reclamizzato i bambini (ma il fenomeno è estendibile ovviamente, anche se in misura diversa, anche agli adulti) desiderano ciò che sta dietro quel mondo che fa da sfondo al prodotto. Desiderano un’idea di mondo, desiderano essere come i loro idoli: persone di successo, belli (di una bellezza stereotipata) e vincenti. E tutto questo credono di ottenerlo consumando per poi arrivare a sentirsi frustrati e ansiosi perché ciò non accade nella “realtà” ma solo nell’iperrealtà che, come diceva Baudrillard, pur non essendo reale è più reale del reale.

Se per un giornalista porsi le domande è legittimo e doveroso, perché spesso non lo fa?

Massimo Ragnedda (Tiscali)
In una precedente riflessione ho cercato di spiegare il mio punto di vista sul dovere etico e deontologico da parte dei giornalisti di porsi e porre domande, prendendo come esempio la morte di Bin Laden piena zeppa di punti controversi e lacune che buona parte dei media non ha affrontato. I dubbi si avanzano anche per essere confutati, proprio per non lasciare troppe zone d’ombra: d’altronde, il compito del giornalista è far luce sugli eventi. E sul caso Bin Laden, mi sia concesso, ci sono ancora troppe zone oscure, segno evidente che qualcosa non ha funzionato nel sistema di informazione. Molti giornalisti hanno preferito accettare e riproporre acriticamente la versione ufficiale offerta. Fare e farsi domande, dicevo, non significa essere complottisti, ma giornalisti, oltre che buoni cittadini. La deontologia professionale, ribadisco, dovrebbe spingere tutti i giornalisti che non vogliano trasformarsi in megafoni del potere o in scrivani di regime, a porre domande e a vigilare sulla democrazia. In fondo, qui si annida una delle differenze cruciali tra la democrazia e il totalitarismo.

Porsi delle domande non significa essere complottisti, ma essere giornalisti

Massimo Ragnedda, articolo pubblicato su Tiscali Opinioni
Per porsi delle legittime domande non bisogna essere complottisti: basta essere giornalisti. In realtà basta essere persone di buon senso, dotate di uno spirito critico, che non accettano passivamente la versione ufficiale delle cose proposta dai main stream media. È legittimo porsi domande: anzi è il sale della democrazia. Pensiamoci: che male c’è, di fronte a delle evidenti contraddizioni o incongruenze, a porsi delle semplici domande? Che male c’è nel farsi qualche domanda, ad avanzare qualche dubbio? È forse un reato dissentire? È forse un crimine mettere in discussione la versione ufficiale delle cose?
Spesso accettiamo la versione “ufficiale” proposta, soprattutto su grandi e complessi temi, per comodità e semplicità. È infatti molto più comodo abbracciare la “verità ufficiale” senza doverla necessariamente mettere in discussione. È molto più semplice credere alla verosimile trama proposta alla tv, soprattutto quando è raccontata con note ufficiali da persone alle quali abbiamo dato la nostra fiducia. A volte preferiamo non sapere, non andare oltre la cortina di superficialità delle cose raccontate, per paura di conoscere: la verità fa male, recitava una vecchia canzone. A volte, invece, non abbiamo le energie e le forze per mettere in discussione il tutto perché, in fondo, pensare stanca. È per questo che c’è chi preferisce non indagare e accetta passivamente, come spettatore del suo stesso mondo, la verità “ufficiale”. Infine, spesso, non si hanno gli strumenti cognitivi, le competenze e il tempo per mettere in dubbio quanto sentito alla TV. Come cittadino può anche essere un mio diritto.

Guerra e comunicazione

Video editoriale per Megachannel Zero

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Bin Laden. Ombre e sospetti sulla morte di una star

Immagine contraffatta della morte di Bin Laden

Massimo Ragnedda (Area 89)

Lo sceicco del terrore è morto. A dirla tutta non ho mai creduto all’esistenza (in carne ed ossa) di Bin Laden, ma solo alla sua esistenza mediatica, e perciò ancora più reale. Lui viveva in quella che Baudrillard definiva iperrealtà, ovvero un mondo che, paradossalmente, pur non essendo reale è più reale del reale. Un mondo dove finzione e realtà si perdono, si mescolano, dove reale e irreale, come in gioco di parti, si confondono. Bin Laden, un po’ come il Goldstein di Orwell, viveva nella TV e nell’immaginario collettivo, pronto a fare la sua comparsa in ogni momento, per incutere timore e terrore. Tecnicamente parlando era un terrorista: terrorizzava l’opinione pubblica, era un’icona del male carica di valori. Non un una delle tante icone, ma il simbolo del male per eccellenza: Bin Laden era il male. Ecco perché le feste di giubilo negli Stati Uniti, la folla irrazionale che scende in piazza, piange, si esalta per la morte del male. Il bene ha trionfato: onore agli eroi, le forze speciali statunitensi. Onore al capo delle operazioni: il comandante supremo, Obama. Come nel più classico dei film hollywoodiani. L’uomo più ricercato del pianeta, ucciso con un colpo alla nuca, dopo 10 anni di latitanza (perché non catturarlo? D’altronde la sua immagine sbeffeggiata, come venne fatto con quella di Saddam, avrebbe umiliato e affossato ancora di più il simbolo del male: invece, così, oltre al sospetto della sua morte, gli è stato concesso l’onore delle armi. Bin Laden è morto opponendosi ai suoi nemici, morto combattendo. Un eroe, perciò, per alcuni). Certo non vedremo mai il suo corpo; è stato sepolto in mare (ma non si dovrebbe dire inabissato?) secondo un inesistente rito islamico. La prima foto fatta circolare era un banale fotomontaggio del 2006. Vedremo altri video e foto, che pur non facendo vedere niente, diranno tutto. Incongruenze notano alcuni. Dettagli marginali secondo altri. Ma non è questo che, ora, mi interessa. La vera domanda che mi pongo è: non tanto se e come sia morto (fisicamente) ma perché sia stato ucciso mediaticamente proprio ora.

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