Massimo Ragnedda (Tiscali) Sono passati oramai dieci anni da quell’infausto giorno impresso, per sempre, nella memoria di tutti. Un evento epocale che ha cambiato la storia. Si dice che da quel giorno il mondo non sarà più come prima. È vero. Da quel giorno tutto è cambiato. Migliaia di persone hanno perso la vita, molte sono rimaste ferite, tanti in quei giorni si sono ammalati (vedi i vigili del fuoco) e moltissimi sono morti in seguito alle guerre infinite scatenate a causa di quegli attentati. Comunque la si voglia vedere, l’11 settembre ha dato il via ad un insieme di guerre, alcune ad alta intensità (vedi Afganistan e Iraq) e molte altre a bassa intensità (vedi tutte le operazioni militari lontani dagli occhi dei media) con effetti devastanti su intere nazioni e migliaia e migliaia di morti, spesso dimenticati dai media occidentali o etichettati come effetti collaterali (in Iraq, si calcola, che dall’inizio del conflitto siano morti quasi 110mila persone).
Massimo Ragnedda (Tiscali)
Chissà se un giorno i responsabili della crisi economica, gli speculatori, le sanguisughe delle risorse del pianeta pagheranno; chissà se quegli uomini che oggi da dietro le loro scrivanie affamano il pianeta, fanno fallire stati, mandano in rovina piccole e medie imprese e decidono le sorti di miliardi di persone nel mondo pagheranno. Chissà. Chissà se esisterà anche per loro un tribunale internazionale stile Norimberga, qualora fossero, come sarebbe giusto, giudicati responsabili dell’avanzamento dei deserti, dell’inquinamento dei fiumi, del disboscamento del pianeta e di tutte le modificazioni genetiche, dagli esiti imprevedibili, che stanno introducendo. Chissà se quei ricchi finanzieri, avidi e spregiudicati, insensibili e spietati, che con un click del mouse trasferiscono da una parte all’altra del pianeta miliardi di dollari (virtuali, ma con conseguenze reali) mandando in rovina intere nazioni, saranno un giorno processati. Chissà se quei finanzieri e ricchi banchieri che hanno fatto fallire la Grecia un giorno pagheranno.
di Massimo Ragnedda (Tiscali)
La domanda che tutti si pongono è: dove trovare i soldi per pagare la crisi? Io in realtà la domanda che mi sono posto e che ancora non ha trovato risposta è: chi ha creato la crisi e chi ci sta guadagnando? Forse gli economisti sono troppo impegnati a parlare di spread, di borse in affanno o in calo, di nervosismo dei mercati, di Bot o a dirmi che “l’indice Ftse Mib si attesta sul +1,50%”, senza in realtà spiegarmi cosa significhi. Loro che hanno in mano gli strumenti tecnici e intellettuali per spiegarci questa crisi non lo fanno, e noi, comuni mortali, leggiamo i giornali e guardiamo la Tv senza capirci più di tanto. Sappiamo solo che questa crisi la pagheremo noi.
Massimo Ragnedda (Tiscali)
In questi giorni di crisi, rischi default, crisi delle banche e della borsa, speculazioni finanziarie, mi viene in mente un classico oggetto di studio della sociologia: il controllo sociale. È grazie ad esso che il cittadino tende ad accettare e ad assorbire i valori che conferiscono stabilità e coerenza all’ordine sociale, riducendo così le potenzialità di deviare. Tranne l’Islanda, dove la crisi è stata pagata dalle banche e dai grossi speculatori finanziari, ovunque nel mondo la crisi viene pagata dalle famiglie, dai lavoratori, dal ceto medio. Le banche non pagano e i grossi speculatori neppure. Eppure. Eppure spetterebbe a loro pagare la crisi per almeno due ragioni: la prima è che sono loro ad averla creata e la seconda è che hanno più risorse ed è giusto che siano a loro a contribuire più degli altri. Ma niente da fare: la crisi la paghiamo noi. Perché? Come spesso accade, le domande più semplici sono anche le più complesse a cui rispondere, ed io qui tento una breve, anche se non esaustiva, risposta.
Massimo Ragnedda (Tiscali)
Ancora non era certo il numero delle vittime, il sangue ancora caldo versava a terra, ancora molti ragazzi per sfuggire alla furia omicida erano nascosti e molti corpi dovevano ancora essere recuperati. Dicevo, ancora niente era chiaro, erano passate solo poche ore e nessuna rivendicazione era arrivata, eppure Il Giornale titolava in prima pagina “Sono sempre loro. Ci attaccano”. Loro sono gli islamici. Il “Ci” sta per noi, vittime inermi di una guerra che i fanatici islamici stanno portando avanti contro l’occidente e il mondo libero. Ci stanno attaccando. Implicitamente diceva: dobbiamo difenderci da questa aggressione, dobbiamo far qualcosa. Una prima pagina sbagliata per almeno tre ragioni: sbagliata tecnicamente perché riporta una notizia falsa; una prima pagina sbagliata deontologicamente perché non assolve al compito del giornalista di spiegare e verificare le fonti; una prima pagina sbagliata perché incita all’odio e riproduce lo stereotipo dell’Islam come una religione dell’odio.
Crisi del Medio Oriente: Nuove opportunità democratiche o fine dell’Impero? E’ il titolo dell’incontro che si è tenuto all’Università di Sassari l’8 aprile 2011. Sono intervenuti il giornalista Giulietto Chiesa, il direttore di Megachip Pino Cabras e Massimo Ragnedda, docente di Sociologia dei processi culturali a Sassari. [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=lkDar968ONI&feature=related]
Massimo Ragnedda (Tiscali)
“Palinsesti e fonti d’informazione «fai da te»: è l’era dei consumi multimediali personali e autogestiti”. Il 9° Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione «I media personali nell’era digitale», fotografa così il mondo dell’informazione italiana. Ad una prima euforica analisi si potrebbe dire che l’opinione pubblica italiana si forma attraverso internet e grazie alle fonti d’informazione alternative; si potrebbe dire che il numero degli utenti internet sia notevolmente aumentato sino ad arrivare nel 2011 a sfondare “finalmente la soglia del 50% della popolazione italiana, attestandosi per l’esattezza al 53,1%”, cosa che ci avvicina all’Europa; si potrebbe dire (e qualcuno in queste ore lo ha fatto) che la Tv oramai non conta niente e con Internet cambia radicalmente la dieta mediatica italiana? Ma è realmente così?
Massimo Ragnedda (Tiscali)
Malgrado evoluzioni complesse e multidimensionali, il processo decisivo nella formazione della società corrisponde alle dinamiche dei rapporti di potere in essa insiti. In altre parole: le norme e i valori che guidano una società sono il frutto di un processo di negoziazione tra le diverse forze in una società. I media sono lo spazio sociale dove il potere viene deliberato e, al contempo, sono anche lo spazio della battaglia al potere: ovvero lo “spazio” del contropotere. Quando la sproporzione delle forze in campo è enorme, passano i valori imposti dal più forte. Sino a qualche lustro fa, i valori che diventavano le norme che governavano la società erano fondamentalmente quelli della Tv e dei vecchi media, o meglio quelli imposti dalla piccolissima èlite che li gestisce. Ora potere e contropotere, Istituzioni e movimenti, forze reazionarie e forze progressiste, si muovono e operano in una nuova cornice tecnologica. Questa nuova cornice ha delle ripercussioni sui significati, sulle modalità e sulle politiche di tali pratiche conflittuali. Con l’avvento delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione, si ha un leggero riequilibrio delle forze in campo, ma questo non deve trarci in inganno: le forze rimangono pur sempre sproporzionate.
Massimo Ragnedda (Tiscali)
Pensare stanca. Pensare in piena autonomia e in maniera critica, andando oltre i luoghi comuni e gli stereotipi, implica un grande sforzo a cui forse non siamo abituati. L’élite al potere, ovvero quella che detiene il capitale finanziario e il mondo mediatico, non solo non ci abitua e non ci aiuta a sviluppare il pensiero critico, ma ha paura di esso e di un suo sviluppo.
Facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa significhi pensare. Se lo chiedeva anche Heidegger il quale sosteneva che pensare, nel mondo occidentale, ha sempre significato prendere, afferrare; acquisire un qualcosa per piegarlo alle nostre esigenze. È da questo che nasce la tecnica. In Oriente invece, pensare significa “semplicemente” conoscere, e non afferrare e scoprire il significato della natura per sottometterla. In occidente dunque il pensiero si è sempre declinato nella direzione del potere (Galimberti 2004: 71).
