Massimo Ragnedda (Tiscali) Gentile professore mi permetto di scriverle una lettera pubblica per farle qualche domanda. Abbiamo tutti notato il cambio di stile (finalmente un po’ di sobrietà e serietà), la sua professionalità e signorilità. Aspetti che, personalmente, mi rendono particolarmente felice, ma che da soli, vien da sé, non bastano. Dopo anni di volgarità e teatrini molto tristi, una persona per bene, normale e incensurata ci sembra un miracolo (come Enrico Letta le ha ricordato in quella lettera privata divenuta pubblica), mentre dovrebbe essere la conditio sine qua non per fa politica. Ma non è sullo stile che voglio interloquire con Lei. Come nostro presidente del Consiglio dovrà prendere delle decisioni molto difficili in nome e per conto degli italiani. Sinora lei ha goduto di un trattamento molto speciale da parte dei media nazionali: un po’ come i telegiornali Mediaset o il TG1 e il TG2 trattavano il suo predecessore. Converrà con me che questo non è giornalismo. Il cambiamento di stile lo vogliamo anche in queste cose: la possibilità di avere risposte a domande concrete. L’opinione pubblica ha il diritto di sapere, al di là della sbornia di entusiasmo, da chi è guidata e quali sono, al di là dei proclami, i suoi obiettivi di governo. Insomma, vogliamo sapere chi pagherà la crisi. Mi permetto, perciò, di farle qualche domanda. Sarò chiaro e diretto, nel solco del nuovo stile da Lei inaugurato.
di Massimo Ragnedda (Tiscali) Sono un antiberlusconiano convinto, della primissima ora, da quando un magnate dell’informazione (caso unico al mondo e molto pericoloso per una democrazia) si è affacciato direttamente sulla scena politica. Sono un antiberlusconiano nel senso che detesto il modo in cui, quello che buona parte della stampa internazionale ha definito senza esitazione un pagliaccio, ha governato il nostro paese. Sono un antiberlusconiano semplicemente perché l’Italia, terra nobile di cultura e ingegno, di viaggiatori e poeti, di santi e brava gente merita di meglio di un premier ridicolizzato in tutto il mondo (tranne che da Putin, Gheddaffi e qualche altro vecchio tiranno).
Massimo Ragnedda (Tiscali) Sono rimasto colpito dall’alto numero di commenti ad una mia precedente riflessione sui fatti del 15 ottobre a Roma. Un così alto numero di commenti fa comunque piacere: in fondo se un’opinione non lascia aperto un confronto e non provoca una discussione, significa che ha toccato fatti irrilevanti o si è espressa su argomenti omnibus (come il clima) sui quali non vi è possibilità di dissentire e disquisire. Ricordo che opinione [dal sost. lat. opinio -onis, o dal verbo lat. opinari, opinare] significa esprimere un personale punto di vista su determinati fatti, in assenza di precisi elementi di certezza assoluta. Ovvero un’opinione non stabilisce una sicura verità, ma più semplicemente una versione personale che, in assoluta buona fede, si ritiene vera. È dunque evidente che più il tema è caldo e controverso e più una personale opinione fa discutere, ovvero è opinabile: ed è questo l’obiettivo di un’area dedicata alle opinioni dove è possibile discutere e lasciare commenti. Ed è proprio partendo dall’alto numero di commenti e insulti (dato di fatto) che voglio esprimere una mia opinione (ovvero una lettura, personale e opinabile, dei fatti). Da sociologo non posso non notare quel pesante clima di iper-partigianeria, di insulti e di scontri accesi che aleggia nel paese, di incapacità di dialogo su temi importanti e controversi senza scadere nell’ingiuria e nell’accusa. È un clima che si respira ovunque: dal mercato ai blog, dalla strada alla tv, dai bar ai comizi politici. Mi e vi chiedo: che mostro culturale abbiamo creato se, in seguito ad una opinione (giusta o sbagliata che sia, ma espressa nei limiti del consentito e senza offendere nessuno), si crea un tale clima di insulti? Che clima culturale si è creato nel paese se si crede che l’insulto sia una modalità di espressione dell’opinione? È malata una società dove dinanzi ad un’opinione, per quanto provocatoria, ci si sente autorizzati ad insultare? Può l’insulto essere considerato un’opinione? Quali responsabilità hanno i media in tutto questo?
Massimo Ragnedda (Tiscali) Il 15 ottobre era la giornata mondiale dell’indignazione. Una giornata carica di significato e di voglia di cambiare il mondo, di protesta democratica e di voglia di farsi sentire. Il 15 ottobre milioni di persone nei quattro angoli del pianeta sono scesi in piazza per protestare contro la distruzione dei diritti sociali e democratici e l’abbattimento del Welfare State provocata dalle ricette con cui i governi stanno affrontando la crisi economica. Crisi creata dal mondo della finanza e delle banche, ma pagata dai ceti più deboli e dai poveri. Il 15 ottobre in 951 città del mondo milioni di persone di ogni età, ma soprattutto giovani, sono scesi in piazza indignati per un sistema politico economico che si preoccupa di salvare le banche prima dei cittadini.
Massimo Ragnedda (Tiscali) S ono passati dieci anni, e decine di migliaia morti, da quando gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno lanciato l’attacco all’Afghanistan. Dieci anni dopo la guerra continua e probabilmente durerà almeno altri dieci anni (secondo alcune stime le truppe statunitensi non andranno via prima del 2024). Dieci anni dopo tutto come prima: tranne le casse delle multinazionali di armi, molto attive in campagna elettorale, tra le poche a gioire per questa inutile guerra. Non è un caso che, assieme a quelle petrolifere, siano sempre in prima linea finanziando massicciamente i comitati elettorali dei candidati al congresso e alla presidenza. Tutti, più o meno, sul libro paga delle multinazionali. Un chiaro conflitto di interesse: o no? In Italia, solo per citare il nostro caso, mentre il governo spende 27 miliardi di euro in armi e guerra, taglia 8 miliardi alla scuola e ai servizi sociali. In fondo ogni governo ha le sue priorità. Padre Zanotelli, intervistato sull’Espresso, si chiede: “Vorrei sapere che tipo di pressione fanno le industrie militari, come Finmeccanica, sul Parlamento per ottenere commesse di armi e quali percentuali prendono i partiti”.
Massimo Ragnedda (Tiscali)
Il nostro premier ha compiuto 75 anni. È di gran lunga il leader più vecchio d’Europa (almeno sui numeri saremo tutti d’accordo). Il paese è guidato da un ultra settantenne, ha un presidente della repubblica ultra ottantenne e ha un’intera classe politica (maggioranza e opposizione) vecchia: politicamente e anagraficamente. In uno dei momenti più difficili della sua storia, dinanzi ad una crisi senza precedenti e proprio mentre il Paese avrebbe bisogno di forze fresche, di giovani rampanti pronti a mettersi in gioco e a dare il loro contributo, l’Italia è governata da vecchi pensionati. Con tutto il rispetto per i pensionati. E per i vecchi. Ma non è un problema solo della classe politica, ma più in generale di tutta la classe dirigente. Manager d’aziende, intellettuali, politici e dirigenti: l’Italia è una Repubblica fondata sulla gerontocrazia, dove tutti i posti di potere sono occupati da anziani. Tutti.
di Massimo Ragnedda (Area89).
Il 23 settembre 2011 è una di quelle date che la Palestina non dimenticherà mai. Una data storica per tutto il Medio Oriente e per il mondo intero. È una giornata storica per chiunque abbia a cuore il problema della pace, dell’autodeterminazioni dei popoli e per la libertà di un popolo che da più di 60 anni attende di essere riconosciuto come stato. Il 23 settembre Abu Mazen ha ufficialmente chiesto all’ONU lo status di «194° Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 con Gerusalemme Est come capitale. Dopo sessant’anni di guerre, ritorsioni, attentati è giunto il momento di chiedere direttamente all’Onu di riconoscere la Palestina come stato. Anche se, come lo stesso Abu Mazen sottolinea, ciò non può prescindere dai negoziati con Israele. Negoziati fermi da più di un anno mentre Israele continua a costruire illegalmente le colonie in territori palestinesi.
Massimo Ragnedda (Tiscali) L’ennesima figuraccia della Gelmini, un ministro scelto per caso, sulla scoperta che i neutrini siano più veloci della luce, è la riprova di una classe dirigente incompetente e non all’altezza dei compiti e della situazione. Quella figuraccia internazionale getta una cupa ombra sulle nostre istituzioni e sulle modalità di reclutamento della classe dirigente. Un tempo i ministri, i consiglieri, i consulenti, erano scelti tra i migliori. Proprio come una squadra: per ogni ruolo si sceglie il migliore. L’allenatore di una squadra non si sognerebbe mai di selezionare e far giocare un pessimo giocatore. Invece, la nostra squadra di governo è composta da persone nominate non per vincere, ma semplicemente per fare una squadra e tenere in piedi un governo fine a se stesso. Mentre l’Italia precipita giù. Chi può tirarci fuori dalla crisi? Scilipoti? Romano? Consentino? Milanese? E l’elenco sarebbe lungo e, ahimè, tristemente noto.
di Massimo Ragnedda (Tiscali)
Nascerà lo Stato palestinese? Dopo sessant’anni di guerre, di conflitti a bassa ed alta intensità, attentati, ripercussioni, rappresaglie, occupazioni militari, negoziati falliti, accordi disattesi, vedrà la luce uno stato palestinese? Un concreto passo avanti verrà mosso tra qualche giorno (il 23 settembre) da Abu Mazen quando chiederà per la Palestina lo status di «194° Stato membro delle Nazioni Unite», limitato dai confini del 4 giugno 1967 (compresi i territori occupati) e con Gerusalemme Est come capitale. Nascerà dunque finalmente uno stato palestinese? La richiesta che Abu Mazen presenterà a Ban Kin-moon da sola non basterà, anche se sono già 126 i Paesi che hanno riconosciuto la Palestina: sarebbero in tutto 140 pronti ad accettare la richiesta all’Assemblea Generale dell’Onu, dove occorre la maggioranza di due terzi per entrare come Stato osservatore. Tra questi non ci sarà l’Italia. Ma il problema, per la Palestina, non è l’assenza dell’Italia, oramai ininfluente a livello internazionale (a Tripoli, solo per citare l’ultimo caso, sono arrivati da vincitori il vice della Clinton, Jeffrey Feltman, e i premier Sarkozi, Cameron ed Erdogan, non di certo l’Italia che pur vantava una relazione storica e privilegiata con la Libia), ma il veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza, dove basta il veto di una delle cinque grandi nazioni per affossare la proposta. Infatti la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Victoria Nuland ha dichiarato che gli Stati Uniti porranno il veto: ergo la Palestina come stato indipendente non nascerà. Per ora. Può il popolo palestinese, la comunità araba e tutto il mondo accettare altri 42 anni di vessazione nei confronti della Palestina e del suo popolo?
