di Massimo Ragnedda (Tiscali). Perché non ci si ribella contro la dittatura della finanza? Perché non si fa la rivoluzione? Negli anni Sessanta si scendeva in piazza per molto meno e si chiedeva a gran voce un cambiamento radicale del sistema, una rivoluzione appunto. Ora si tace. Si guarda impassibili, demotivati, senza energia il lento defluire degli eventi. Si assiste come spettatori impassibili dinanzi ad una tragedia che ci coinvolge: disoccupazione alle stelle, licenziamenti di massa, precariato a vita. Ci tolgono i diritti essenziali e le grandi conquiste sociali ottenute dopo una stagione di lotta: il diritto al lavoro, il diritto alla sanità e il diritto allo studio. Tutto questo è messo in discussione perché c’è la crisi, facile pretesto per convogliare risorse pubbliche nella mani dei pochi, dell’élite economica che governa il mondo. Aumenta il gap tra ricchi e poveri e aumenta la disuguaglianza sociale tra chi ha e chi mai avrà. Ci hanno rubato il futuro, la speranza e la voglia di sognare un futuro migliore. C’è la crisi: un mantra per spiegare la rapina delle nostre risorse e dei nostri diritti.
Venerdì 27 Luglio 2012, il Dipartimento di Scienze Politiche, Scienze della Comunicazione e Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Sassari ospita, il seminario internazionale “Living in Surveillance Society“. L’incontro, organizzato da Massimo Ragnedda dell’Università di Sassari in collaborazione con il gruppo di ricerca internazionale Living in Surveillance Societies finanziato dal COST (European Cooperation in Science and Technology) con l’indirizzo in Scienze della Governance e dei Sistemi Complessi della Scuola di Dottorato in Scienze Sociali dell’Università di Sassari, vede la partecipazione di professori e studiosi inglesi, israeliani, olandesi, belgi, spagnoli e italiani. All’interno del seminario interverranno i corsisti del Dottorato che discuteranno i loro papers coordinati da Prof. Clive Norris, direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Sheffield (UK).
Massimo Ragnedda (Tiscali) Non prendiamoci in giro e parliamoci chiaro: il governo Monti è un disastro totale. E lo dico sulla base dei dati, come si dovrebbe cercare di fare. Solo La 7 di Mentana lo difende a spada tratta, come Fede faceva con Berlusconi, con buona pace dell’obiettività giornalistica. Ci sono dati che non si possono nascondere e di questo parlerò. Il resto è mera propaganda e faziosità giornalistica, quel male incurabile che ha tenuto in piedi B. per quasi 20 anni. Per valutare il governo Monti, dopo quasi 9 mesi di mandato, mi si consenta una metafora: se chiamo un tecnico per ripararmi un tubo che perde acqua e dopo il suo costosissimo intervento il tubo non solo continua a perdere, ma il buco si è trasformato in una voragine, devo prendere atto che il tecnico è un incompetente. ovvero incapace, a causa dell’impreparazione o dell’inesperienza, a svolgere bene la propria attività. A meno che, mi si consenta il dubbio malizioso, la voragine non sia stata volutamente creata per spillarmi un altro po’ di quattrini ed allora in questo caso il tecnico è in malafede: valutate voi. Fuor di metafora: a Novembre 2011, il governo tecnico di Mario Monti è stato “chiamato” con un mandato preciso: ridurre lo spread, ridurre il debito pubblico e generare crescita. Ora possiamo tirare le somme.
Massimo Ragnedda (Tiscali) Il ministro Fornero, in una intervista rilasciata al Wall Street Journal, ha dichiarato che il lavoro non è un diritto. “We’re trying to protect individuals not their jobs. People’s attitudes have to change. Work isn’t a right; it has to be earned, including through sacrifice.”. Traduzione: “L’atteggiamento delle persone deve cambiare: il lavoro non è un diritto ma va guadagnato, anche con il sacrificio”. Ergo: il lavoro non è un diritto. Vorrei ricordare alla Professoressa Fornero che la Repubblica Italiana è una Repubblica fondata sul lavoro. Lo dice la Costituzione sulla quale lei ha giurato. Lo dice la Costituzione che tutto il mondo ci invidia. Lo dice la Costituzione italiana già all’articolo 1, e lo ribadisce in maniera ancora più chiara ed inequivocabile all’articolo 4.
Massimo Ragnedda (Tiscali) L’avevamo detto sin da subito: Monti tutelerà gli interessi di chi l’ha voluto al governo di uno stato, ovvero le banche d’affari e le multinazionali. È un dato di fatto ed è inutile prenderci in giro o far finta di non vedere. Monti è l’uomo delle banche, membro della Trilaterale, del gruppo Bildeberg, proviene dalla Goldman Sachs, presidente di Università privata che sforna manager per multinazionali, il figlio lavoro alla Morgan & Stanley con la quale lo stato italiano lo scorso 3 Gennaio ha negoziato la chiusura di un contratto di strumenti finanziari derivati pari a 2.567 milioni di euro, più o meno i soldi risparmiati, per il 2012 dalla riforma delle pensioni.
Massimo Ragnedda (Tiscali) Due al PDL, uno al PD e uno all’UDC. Non importa se competenti, non importa il loro curriculum: conta solo il loro sponsor politico, la loro casacca. Semplicemente vergognoso. L’autorità per le telecomunicazioni (così come l’autorità per la privacy) dovrebbe essere un organo di vigilanza, super partes, al disopra delle parti, proprio perché indipendente. Si tratta di una spartizione degna della prima repubblica, degna di un paese obsoleto, di una classe politica lontana dalla realtà, chiusa nel suo guscio e asserragliata nel suo piccolo mondo. Un altro schiaffo all’istituzione, un altro pugno allo stomaco di milioni di cittadini ed elettori che girano la faccia alla politica, stanchi di essere presi in giro. Non c’è stata infatti alcuna audizione nelle Commissioni parlamentari per vagliare i candidati, i loro curricula e le loro competenze. Niente: vecchia spartizione, roba da manuale Cencelli, roba da repubblica delle banane.
Non metto in discussione il valore delle persone nominate, ma il metodo usato per nominarle. Migliaia di curricula scartati senza essere letti, scartati perché non politicizzati, scartati perché non provenienti dal cilindro magico della casta. Sono restio ad usare questa parola, ma mai come ora mi pare appropriata. Un parlamento ridotto a teatro, con deputati della repubblica costretti ad alzare la mano a comando come marionette per nominare cariche secondo logiche di partito e non per competenze. Una vergogna. L’Italia aveva ed ha bisogno di competenza nel guidare un organo di garanzia, ed invece la solita solfa. Trita e ritrita solfa. Vecchia come la cattiva abitudine della lottizzazione, male incurabile del nostro paese. Un male che ci trascina sempre più a fondo, nel baratro dell’incompetenza, del nepotismo, delle logiche di spartizione. Un male tutto italiano, un male potenzialmente letale per il paese. Un male al quale bisogna ribellarsi.
Erano nell’aria le nomine, si conosceva già l’inciucio (PDL-PD-UDC), ma confesso che per un attimo ho sperato in uno scatto d’orgoglio, in un sussulto di dignità, in una reazione istintiva della classe politica per non perdere quel po’ di dignità che le era rimasto. Invece niente. Invece, uno schiaffo che mi desta dall’illusione del cambiamento, dall’illusione di una riscossa, dall’illusione che nel nostro paese, prima o poi, il merito sarà premiato. Invece niente. La vecchia classe politica ha deciso di suicidarsi, segnando ancora di più la distanza dal paese, dai cittadini, dai problemi reali, dimostrandosi, ancora una volta, incapace di governare in nome e per conto degli italiani.
Mi ero illuso che dopo lo schiaffo di Grillo e del Movimento 5 stelle una classe politica intelligente (perché di uomini e di donne intelligenti all’interno dei partiti se ne trovano tanti) avesse rizzato le antenne a avesse imparato la lezione: gli italiani chiedono più trasparenza, più equità, più onestà. Mi sono detto: questa volta sarà premiato il merito. Questa volta non possono fare scherzi: l’Italia ha bisogno, in un momento difficile, di ritrovare fiducia in se stessa e nelle istituzioni. Lo confesso: mi ero illuso. Mi ero illuso, frequentando la Rete, che quell’ondata di primavera democratica che si respirava fosse arrivata anche lassù, in Parlamento. Mi ero illuso che i tanti Tweet, i gruppi su Facebook, le interverste, l’interesse crescente della stampa (anche estera) sulla elezione dei nuovi membri delle Autorità Amministrative Indipendenti, come l’Agcom e il Garante della Privacy, avesse sortito gli effetti sperati. Mi ero illuso che i tanti appelli ai partiti e ai singoli membri dei partiti, gli appelli all’istituzione Parlamento da parte di migliaia di cittadini, affinché si valutasse il merito e non la casacca politica, e che si adottasse un procedimento trasparente, avessero fatto breccia nelle menti dei parlamentari. Invece, sono state lettera morta. Morta come la speranza di un rinnovamento. Morta come questa vecchia classe politica ignara di non rappresentare più il paese.
Massimo Ragnedda (Tiscali). La classe politica italiana dovrebbe prendere esempio dalla giunta comunale di Bortigiadas (piccolissimo comune della provincia di Olbia-Tempio, Sardegna) che ha deliberato la concessione di un contributo straordinario in favore delle popolazioni colpite dal terremoto – previa apposita variazione di Bilancio – di 5.000 euro. Il messaggio più forte e chiaro arriva dal sindaco Emiliano Deiana (36 anni, PD) che ha deciso di rinunciare alla indennità di carica per il mese di giugno (1100 euro) per destinarla interamente alle popolazioni colpite dal terremoto. Lo stesso hanno fatto gli assessori del comune di Bortigiadas che hanno rinunciato per il mese di giugno alle indennità di carica destinandole per le medesime finalità.
Massimo Ragnedda (Tiscali) Venti anni fa venne barbaramente ucciso Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini della scorta. Neanche due mesi dopo anche a Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta è toccata la stessa sorte. Due uomini che hanno dato la loro vita per contrastare la mafia. Due fedeli servitori dello stato, due acerrimi nemici della mafia, due eroi. Mi vengono i brividi ogni volta che penso a quando l’ex premier e il senatore Marcello Dell’Utri hanno considerato eroe Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, un ergastolano mafioso, pluricondannato, morto in silenzio omertoso. Un’offesa indelebile, gravissima e che pesa come un macigno sulla cultura della legalità e che non può trovare nessuna giustificazione. Il miglior alleato della mafia, lo voglio sottolineare con chiarezza, è la sua giustificazione a livello istituzionale, la sua non condanna, la sua contiguità con pezzi dello stato.
Massimo Ragnedda (Tiscali) La JpMorgan ha recentemente perso 2 miliardi di dollari in seguito ad operazioni speculative sbagliate, ma essendo considerata troppo grande per poter fallire continua a ricevere aiuti dallo Stato. William K. Black, professore associato di economia e diritto presso l’Università del Missouri-Kansas City ed ex consulente finanziario per il governo statunitense, ha sostenuto: “È semplicemente irrazionale consentire che una tale istituzione esista, particolarmente perché può facilmente incappare in una perdita di gestione ordinaria di due miliardi di dollari”.Concordo con Prof. Black: in un sistema razionale un’istituzione come la JpMorgan non dovrebbe essere tollerata. Ma noi viviamo in un mondo totalmente irrazionale, capovolto, dove ciò che conta sono le speculazioni, i titoli tossici e dove gli squali della finanza affondano gli Stati e impongono governi. Viviamo in un mondo totalmente irrazionale dove lo Stato è costretto a strangolare i cittadini per far arricchire gli speculatori finanziari che come strozzini si avventano sugli Stati in difficoltà.
Massimo Ragnedda (Tiscali) Ma come si fa a definire antipolitica un movimento, quello di 5 stelle, che porta in piazza migliaia di giovani, che scrive programmi elettorali (condivisibili o meno), che fa banchetti e fa proposte concrete? Come si fa a definire antipolitica migliaia di persone che nel tempo libero si impegnano per un’idea (condivisibile o meno) e un modello di società? Come si fa a definire antipolitica un movimento che propone piste ciclabili, orti urbani, stop alla cementificazione selvaggia, che propone di incentivare l’energia alternativa e che ha nelle sue liste solo incensurati?