Massimo Ragnedda

Part of the Stanford/Elsevier Top 2% Scientist Rankings 2025

Stay hungry. Stay foolish. Stay choosy. Le provocazioni del ministro Fornero

Massimo Ragnedda (Tiscali) Non siate schizzinosi e accontentatevi. La Ministro Fornero si rivolge così ai giovani invitandoli a piegarsi di fronte al lavoro nero, alla corruzione, ad una società non meritocratica, dove conta molto più chi conosci che cosa conosci. Invita loro a continuare ad accettare stage non retribuiti, umilianti e demoralizzanti. Se li rifiuti sei uno “choosy”, uno schizzinoso, uno che aspetta il posto ideale e che non ha voglia di darsi da fare. Facile fare ironia, paragonando quanto detto da Steves Jobs agli studenti della Stanford University, a  Palo Alto, cuore pulsante della Silicon Valley californiana: “Stay hungry. Stay foolish”, tradotto in italiano con “Siate affamati, siate folli”, ma che in realtà significa molto di più.

Buon vento Estelle. La nave della pace salpa da Napoli

Massimo Ragnedda (Tiscali)  Estelle è una nave della speranza, carica di aiuti umanitari e sogni di pace. Estelle è una barca acquistata direttamente dai cittadini svedesi che in migliaia hanno versato piccole somme perchè credono in un mondo migliore. Estelle è la stella della solidarietà che unisce l’Europa a Gaza.  La nave è partita dalla Scandinavia lo scorso Maggio ed è diretta in quell’angolo di terra dimenticato da Dio: Gaza. Estelle ha fatto tappa a La Spezia e poi a Napoli da dove partirà alla volta di Gaza sabato 6 ottobre. Porta cibo e solidarietà e prova a rompere l’assedio che nega agli abitanti di Gaza il diritto di vivere come esseri umani. Una terra arsa, martoriata, violentata Una terra bagnata da lacrime amare. Una terra senza più sorriso e pace. Gaza muore e con essa i suoi abitanti. Un milione e mezzo di persone che vivono come in un grande lager, dove secondo statistiche OCHA il 45% dei suoi abitanti non gode di sicurezza alimentare, il 39% vive sotto la soglia di povertà, il 35% è disoccupato; l’80% dipende da aiuti umanitari. Il 17% delle terre di Gaza sono inagibili e l’85% del mare a disposizione della popolazione è chiuso all’accesso dei palestinesi. Così ha deciso unilateralmente Israele, creando di fatto un lager.

Il sogno di un Medio Oriente senza armi nucleari bloccato da Israele

 Massimo Ragnedda (Tiscali) L’Iran, lo sappiamo tutti visto che da qualche anno è diventato uno degli argomenti principali dei mass media, sta cercando di costruire centrali nucleari. Per scopi civili, come il regime iraniano dice, anche per potenziali scopi bellici come Tel Aviv ritiene.
Io sono contrario al nucleare ovunque nel Mondo. Ho votato contro il ritorno al nucleare in Italia e sono ovviamente contro il nucleare in Iran, sia per scopi energetici e ancor di più per eventuali e non provati scopi bellici. Ma sono anche contro il nucleare in Israele, tanto più visto che viene usato anche e sopratutto per scopi bellici. Israele è l’unico stato nel Medio Oriente ad avere l’arma nucleare e, a differenza dell’Iran, non ha mai firmato gli accordi di non proliferazione nucleare. Israele ha sempre rifiutato di confermare la detenzione di ordigni nucleari, ponendosi al di sopra della legge e del diritto internazionale, ma non è affatto un mistero che detenga tra le 200 e le 400 testate nucleari pronte all’uso. Inoltre Israele non ha mai fatto mistero che è pronto ad usarle contro l’Iran qualora voglia dotarsi dell’arma atomica. Un paradosso: bombardare con (mini)bombe nucleari un paese colpevole di volersi dotare di armi nucleari.

30 anni fa la strage di Sabra e Chatila, uno dei più crudeli massacri della storia recente

 Massimo Ragnedda (Tiscali) 30 anni fa si compiva uno dei peggiori e agghiaccianti massacri di sempre: Sabra e Chatila. Migliaia di donne e bambini barbaramente uccisi dai falangisti libanesi con la complicità di Israele che aveva lanciato la sua operazione “Pace in Galilea” invadendo, per la seconda volta, il Libano. Migliaia di palestinesi massacrati con coltelli, accette, pugnali, sventrati, sgozzati, decapitati, violentati. Un orrore senza fine, una carneficina tra le più barbare della storia recente. Era il 16 settembre del 1982 quando le milizie cristiano-falangiste di Elie Hobeika entrano nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut. Il giorno prima l’esercito israeliano, guidato dal generale Arial Sharon, aveva chiuso ermeticamente i campi profughi e messo posti di osservazione e cecchini sui tetti degli edifici vicini. Niente poteva entrare ed uscire senza che gli israeliani lo volessero. Niente poteva uscire: solo il puzzo dei cadaveri fatti a pezzi dai falangisti. Niente poteva uscire: solo l’odore acre della morte, dei corpi sventrati e dei cadaveri mutilati. Niente poteva entrare: solo i falangisti libanesi assetati di sangue e protetti e incitati dagli israeliani. Ebbero gioco facile i carnefici: dinanzi a loro quasi solo donne, anziani e bambini. Pochi giorni prima, infatti, si era firmato un accordo per il quale i fedayin palestinesi avevano accettato di lasciare il Libano in cambio della garanzia di una protezione internazionale sulla popolazione palestinese rimasta. Ma la protezione non ci fu e il massacro ebbe inizio. Persone inermi, indifese e disarmate, sgozzate come animali. Mai uno sterminio così atroce era stato compiuto sotto gli occhi di un “esercito democratico”; mai una tale barbarie era avvenuta sotto la regia di un paese democratico.

La dura lezione libica: la democrazia non si esporta militarmente

Massimo Ragnedda (Tiscali) “Tutto è cambiato in meglio. Le persone sono più distese e aperte con americani, francesi e inglesi. Sono benvoluti”. Così si era espresso, qualche settimana prima che fosse ucciso, l’ambasciatore statunitense Chris Stevens a proposito della situazione in Libia. L’ambasciatore Stevens, il primo alto funzionario statunitense ucciso all’estero negli ultimi decenni, si diceva molto ottimista sulla situazione della Libia “liberata” grazie ai bombardamenti della Nato e ai gruppi anti-Gheddafi armati e sostenuti dalla stessa Nato.  I fatti lo hanno tristemente smentito e la sua morte deve essere un monito per tutti noi. Una dura lezione che dovrebbe farci capire, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che non si esporta militarmente la democrazia, come si è cercato di fare in Iraq e in Afganistan. Una dura lezione che dovrebbe farci riflettere sul fatto che spetta al popolo scegliere da quale leader deve essere guidato. La morte dell’ambasciatore statunitense, e di altri tre suoi connazionali, deve necessariamente indurci a pensare che la strategia di armare e finanziare gruppi di estremisti e fondamentalisti non solo non funziona ma è anche masochista, perchè una volta destituito il “tiranno” saranno loro a prendere il sopravvento e a scagliarsi contro l’occidente. Come nei peggiori degli incubi, armiamo la mano del nostro assassino. 

Non trasformiamo la Siria e il Medio Oriente in un covo di terroristi

Massimo Ragnedda (Tiscali) La situazione in Siria precipita ogni giorno di più: violenze settarie, attentati terroristici, infiltrazioni di fondamentalisti, repressione del governo. Il vero rischio è che la  situazione precipiti in una guerra religiosa e si estenda a macchia di leopardo ovunque in Medio Oriente. Qualcosa di simile è già emersa in Libano con scontri tra sciiti e sunniti, in Giordania la situazione è incandescente, in Baharain la rivolta popolare sciita è repressa nel sangue dalla monarchia assoluta filo saudita e sunnita.

La rivolta contro il governo Assad dura da 18 mesi oramai, segno che Assad gode ancora di una certa popolarità e può ancora contare su una parte del suo esercito,  nonostante l’intervento dell’Occidente che paga i dissidenti per abbandonare il governo o l’esercito. Ricordo che in Egitto l’inossidabile Mubarak è caduto in meno di dieci giorni; in Tunisia la rivolta popolare ha deposto il regime in pochissimo tempo e in Libia la rivolta contro l’astuto e temibile Gheddafi è durata pochissimo, eppure era molto armato, aveva un esercito di mercenari e armi in abbondanza. In Siria si combatte da 18 mesi e la rivolta non accenna a decollare. Mancanza di logistica e armi oppure la rivolta non ha presa popolare?

Il conflitto siriano e l’ipocrisia occidentale

Massimo Ragnedda (Tiscali) Quanta ipocrisia dietro il conflitto siriano. E quanta malafede nella disinformazione. In Siria è in atto una guerra civile, molto delicata e che travalica i confini nazionali. È una guerra tra interessi geostrategici e fazioni opposte, sostenute e foraggiate da grandi potenze per motivi contrapposti. Quella in Siria è una guerra per ridisegnare il Medio Oriente, per estendere i propri interessi e la propria egemonia, per controllare confini e risorse, per conquistare mercati e alleati. Basta con tutta questa ipocrisia occidentale dei diritti umani. Parliamoci chiaro senza prenderci in giro: alle potenze occidentali (non dico all’opinione pubblica, ma ai governi piegati agli interessi delle multinazionali) non interessa un fico secco dei diritti umani, così come non interessano alla Cina e alla Russia, ma sono solo un pretesto usato per coprire le reali ragioni che spingono gli stati ad entrare in guerra. Altrimenti non si capirebbe come si possa condannare la Siria e salvare l’Arabia Saudita (probabilmente una delle peggiori dittature al mondo), salvare la crudele repressione del Baharain, giustificare il Qatar e l’aver tollerato per 30 anni Mubarak. Non sto difendendo Assad e suoi crimini, ma sono nauseato dall’ipocrisia di chi parla di violazione dei diritti civili e della necessità di un “intervento umanitario” – vecchio slogan sempre buono nel mondo occidentale per giustificare le peggiori nefandezze – della comunità internazionale, intendo per essa l’Occidente e la Nato. 

Las redes sociales y la tutela de la privacidad. Cuando la privacidad no se contempla como un derecho

Massimo Ragnedda, Las redes sociales y la tutela de la privacidad. Cuando la privacidad no se contempla como un derecho, in Novática, Monografía, “Privacidad y nuevas tecnologìas”,  Revista decana de la prensa informática española, Núm. 217 (mayo-junio 2012).

Resumen: En las Redes Sociales se ceden de manera gratuita y sin pudor datos de carácter privado que hace tiempo habríamos custodiado con celo. En una encuesta que he realizado  entre 1.047 estudiantes de la Universidad de Sassari, se observa que suelen existir distintas maneras de gestionar la privacidad: despreocupación en la red e hiperproteccionismo en la  vida real. Los estudiantes parecen infravalorar el peligro que implica la cesión de datos, ya que descuidan el fenómeno de la “data-vigilancia”. De hecho, el 86% afirma que el principal  visitante de su perfil son sus amigos, y por eso no se preocupan de ocultar informaciones que a los amigos no se le esconderían. Este hecho hace que la red sea más familiar e íntima y al  mismo tiempo baja las defensas culturales ante una eventual intrusión de extraños en el mundo personal. Sólo el 25,9% afirma leer habitualmente o siempre la política de privacidad antes de registrarse en una página web y sólo el 34,9% se da de alta exclusivamente en páginas que poseen este tipo de políticas. Los encuestados también parecen ignorar el papel de las  agencias de marketing, encargadas de escrutar, agrupar y unir los datos de los usuarios con el objetivo de construir perfiles lo más ajustados posibles. De hecho, sólo el 3% de la muestra considera que su perfil puede ser visitado por extraños.

Palabras clave:  Data-vigilancia, perfil electrónico, privacidad, red social, vigilancia.

Self-help: adolescenti e social network

Come gli adolescenti usano Internet e i Social Network? Quali differenze rispetto all’uso dei media “tradizionali”, come televisione e radio? Per cercare di dare una risposta, seppur parziale, a queste domande, è stata portata avanti una ricerca con gli studenti delle scuole medie della città di Sassari, di età compresa dagli 11 ai 14 anni. Il questionario è stato compilato da 517 studenti (di cui 10 sono stati scartati perché inattendibili o incompleti). I dati che qui di seguito si riportano sono i primi parziali risultati di questa ricerca.

Crisis y dictadura financiera, ¿por qué no se hace la revolución?

de Massimo Ragnedda ¿Por qué no nos rebelamos contra la dictadura financiera? ¿Por qué no se hace la revolución? En los años Sesenta la plaza se llenaba por mucho menos y se pedía a gritos un cambio radical del sistema, una revolución. Ahora se calla. Contemplamos impasibles, desmotivados, sin energía el lento fluir de los acontecimientos. Se asiste como espectadores impasibles a una tragedia que nos concierne: desocupación por las nubes, despidos en masa, precariedad de por vida. Nos quitan los derechos esenciales y las grandes conquistas sociales obtenidas tras años de lucha: el derecho al trabajo, el derecho a la sanidad y el derecho al estudio. Todos cuestionados porque existe la crisis, fácil pretexto para canalizar recursos públicos en manos de pocos, de la élite económica que gobierna el mundo. Aumenta la diferencia entre ricos y pobres, así como la desigualdad social entre el que tiene y el que nunca tendrá. Nos han robado el futuro, la esperanza y las ganas de soñar un futuro mejor. La crisis se convierte en un mantra para explicar el saqueo de nuestros recursos y de nuestros derechos.

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