Massimo Ragnedda

Part of the Stanford/Elsevier Top 2% Scientist Rankings 2025

La rivoluzione di Aleppo è diventata un’altra cosa. Follia aiutare i terroristi

siria_1_autoCut_664x230Massimo Ragnedda (Tiscali) Le parole di Domenico Quirico, valoroso giornalista della Stampa rapito in Siria dai ribelli e liberato qualche giorno fa dopo cinque lunghissimi mesi di prigionia, ci devono far riflettere. «Ho cercato di raccontare la rivoluzione siriana – ha detto l’inviato speciale in Siria – ma può essere che questa rivoluzione mi abbia tradito. Non è più la rivoluzione laica di Aleppo, è diventata un’altra cosa».

Quell’altra cosa noi proviamo a raccontarla da più di un anno, da quando i jihadisti di tutto il mondo, dall’Europa agli Stati Uniti, dall’Asia all’Australia, sono giunti in Siria per combattere la loro guerra santa. Jihadisti finanziati ed armati dalle petromonarchie amiche dell’Occidente, Qatar e Arabia Saudita in primis. Quirico, che ha visto con i propri occhi questa metamorfosi, ha ragione quando ci ricorda che la guerra in Siria non è più quella rivoluzione laica di Aleppo che tutti agli inizi abbiamo salutato con speranza. Non lo è più perché i terroristi islamici non sono di certo interessati all’estensione dei diritti e alla democrazia. I terroristi islamici sono interessati a giustiziare gli “infedeli”, come i cristiani decapitati nell’antichissimo villaggio siriano di Maaloula. Maaloula non è una città qualsiasi e la sua storia risale a migliaia di anni fa: Maaloula è l’unico posto al mondo dove si parla ancora l’aramaico di Gesù ed è uno dei siti religiosi più antichi e importanti della cristianità. Qui si trova il Monastero di Santa Tecla, dove sono conservati i resti della santa cresciuta da san Paolo, e il Monastero di San Sergio, costruito nel VI secolo d.C. e rimasto intatto sino ad oggi. Maloula è una città monastica, da secoli meta di pellegrinaggi da tutto il mondo. Questo piccolo villaggio è stato da poco conquistato dai terroristi islamici e molti cristiani sono stati giustiziati, le chiese distrutte e agli abitanti è stato intimato di convertirsi all’Islam, pena la vita. Lo racconta bene Gian Micalessin, inviato di RaiNews24 e ancora più dettagliatamente Maria Finoshina inviata speciale di RT.

I terroristi occupano Maloula, unico posto al mondo dove si parla l’aramaico di Gesù

maaloula1Maloula è un piccolo villaggio siriano, a prevalenza cristiano, da ieri occupato dai terroristi di Jabhat-al-Nusra e altre sigle vicine ad AlQaeda. Hanno saccheggiato monasteri, chiese, trafugato le icone storiche. Esigono, questi terroristi che l’Occidente chiama ribelli, che tutti gli abitanti si convertano all’islam. Maloula non è una città qualsiasi e la sua storia risale a migliaia di anni fa: Maloula è l’unico posto al mondo dove si parla ancora l’aramaico di Gesù ed è uno dei siti religiosi più antichi e importanti della cristianità. Qui si trova il Monastero di San Sergio, costruito nel VI secolo d.C, rimasto intatto sino ad oggi. Qui si trova il Monastero di Santa Tecla, dove sono conservati i resti della santa, figlia di un principe seleucide e cresciuta da san Paolo. Maloula è una città monastica, meta di pellegrinaggi da secoli. Maloula è caduta sotto le mani dei terroristi che l’Occidente arma e finanzia e l’80% dei suoi abitanti è già fuggito. Agli altri spetta una dura scelta: o si convertono all’Islam o saranno giustiziati. Ecco chi stiamo aiutando. Terroristi fanatici che portano avanti una guerra settaria. I poveri abitanti di Maloula hanno inviato una lettera ai membri del Congresso americano. Ma loro hanno già deciso: sarà guerra. Poi un giorno gli storici si chiederanno perché gli Stati Uniti si sono fatti trascinare in una guerra religiosa e hanno aiutato i fanatici terroristi ad eliminare i cristiani dal Medio Oriente, passati in qualche decennio, dal 25% al 5% della popolazione. La Siria era l’ultima società laica del Medio Oriente. L’Ultima.

Armi chimiche in Siria: un pretesto per la guerra?

guerraMassimo Ragnedda (Tiscali) Non difendo Bashar al-Assad, così come non l’ho mai fatto in questi due anni di guerra civile che insanguina la Siria. Non difendo il suo operato, la sua violenta repressione e i suoi metodi spesso brutali. Ma con altrettanta forza condanno quella galassia di sigle, di gruppi di fondamentalisti islamici che usano metodi barbari per contrastare il governo di Bashar al-Assad. Stati Uniti, Francia e Inghilterra ci ripetono instancabilmente, da due anni a questa parte, che la caduta di Bashar al-Assad è alle porte, che le ore del Rais sono contate, che la popolazione ha oramai voltato le spalle al regime. Non sono bastati gli armamenti e gli ingenti finanziamenti del Qatar e dell’Arabia Saudita (solo in queste ore sono arrivati ai terroristi che combattono contro Bashar al-Assad 400 tonnellate di armi regalate dalle dittature saudite e del Qatar), l’appoggio logistico e militare della Turchia e della Giordania (in queste ore si è tenuto ad Amman un consiglio di guerra, con Martin Dempsey il capo degli Stati maggiori riuniti degli Usa e i colleghi di Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e Canada), gli addestratori della CIA, i miliziani terroristi giunti da tutto il mondo (un migliaio di terroristi con passaporto europeo combattono ora in Siria e sono pronti a rientrare in Europa e portare la loro guerra anche nel vecchio continente) e le armi “non letali” fornite dall’occidente. Non è bastato corrompere a suon di dollari qualche generale dell’esercito siriano, le autobombe piazzate nel cuore delle città siriane e il terrore dei fondamentalisti islamici. Non è bastato tutto questo se dopo due anni Bashar al-Assad è ancora al potere (grazie all’aiuto della Russia e dell’Iran, sia chiaro) e se il regolare esercito siriano riconquista zone un tempo in mano all’opposizione. Senza un intervento militare diretto degli Stati Uniti, senza un bombardamento massiccio che distrugga la flotta aerea siriana e spiani la strada alle milizie, difficilmente Bashar al-Assad cadrà. Ma gli Stati Uniti hanno bisogno di un casus belli, di una scusa legale per entrare ufficialmente in guerra: hanno insomma bisogno di una “giusta causa” da usare come espediente retorico per giustificare l’ennesima guerra del premio nobel per la pace Obama. E la scusa è lì, sotto gli occhi di tutti: l’uso delle armi chimiche. Non sono un esperto di armi chimiche, ma il buon senso mi dice che qualcosa in quel presunto attacco chimico da parte dell’esercito di Damasco non quadra. Non è una difesa di Bashar al-Assad, ma più semplicemente si tratta dell’uso dello spirito critico: qualcosa che tutti dovremmo fare prima di accettare acriticamente una tesi.

La guerra in Siria e l’ipocrisia occidentale

assad e kerryIn questa foto c’è tutta l’ipocrisia occidentale. Kerry, ora ministro degli esteri del pacifista Obama, dichiara guerra alla Siria senza aspettare le prove degli ispettori e senza il mandato dell’ONU. Lo stesso Kerry quattro anni fa esaltava le capacità da statista e l’importanza per la democrazia dell’amico Assad. Così fu per Saddam: nel 1988 gli Stati Uniti coprirono l’attacco chimico di Saddam che uccise più di 5000 persone, nel nord dell’Iraq. In quegli anni Saddam era di casa negli Stati Uniti perché serviva i loro interessi. Ma un dittatore non è un diamante: non è per sempre. E così, dopo qualche anno, Saddam fu dichiarato nemico e dunque rimosso. Stessa cosa con il colonnello Gheddafi: amico dell’Occidente (tranne qualche scaramuccia con gli USA), invitato ovunque nel mondo e dopo qualche mese spazzato via, consegnando la Libia al caos più totale e preda di bande di terroristi islamici. Pensate a tutti i dittatori delle monarchie arabe: sin quando saranno utili agli Stati Uniti, i loro crimini e il loro disprezzo per i diritti umani (pensate all’Arabia Saudita, una delle peggiori dittature al mondo) saranno un dettaglio che non comparirà nei nostri giornali. Quando, invece, i dittatori e monarchi non serviranno più agli interessi statunitensi diventeranno i mostri da sbattere in prima pagina, da odiare e, come naturale conseguenza, da bombardare. Ora è il turno della Siria.

Sulla TAV sto con Prof. Vattimo. Chi protesta non è un terrorista

notav 18Massimo Ragnedda (Tiscali). l filosofo ed europarlamentare Gianni Vattimo ha attirato su di sé un vespaio di polemiche per aver difeso le ragioni dei no TAV. Prof. Vattimo ha difeso chi protesta contro la militarizzazione di un’intera area e contro la distruzione di una valle per la realizzazione di un’inutile, dannosa e costosissima opera pubblica. Lo Stato (o meglio alcuni dirigenti di partito) non sente le ragioni della protesta, non dialoga con i cittadini che vivono nel territorio e si ostina a costruire un’opera folle, dannosa e senza nessuna utilità per la collettività. La TAV – inutile far finta di non vedere – è un’opera “finanziaria” più che una infrastruttura, la cui unica utilità è far “girare” i soldi dei contribuenti italiani e dirottarli verso i soliti noti che, come parassiti, si arricchiscono sulle spalle della collettività. Questa opera faraonica sarà pronta tra 20/25 anni (conoscendo l’Italia possiamo pensare che i tempi si allungheranno ulteriormente e che i prezzi saranno una volta di più gonfiati), quando sia le merci che il modo di trasportarle (unitamente al trasporto di persone) saranno completamente cambiati. Hanno ragione gli abitanti della Val di Susa a protestare perché è la loro valle che verrà stravolta e deturpata, perché ci sono rischi per la salute dei cittadini e perché tutto il territorio soffrirebbe. Ha ragione chi, ovunque in Italia, protesta per questa inutile opera perché la vede come uno sperpero di risorse pubbliche che potrebbero essere destinate a finanziarie piccole opere molto più vantaggiose, meno dannose e capaci di dare un po’ di respiro alle piccole e medie imprese sparse in Italia. Ha ragione Vattimo quando sostiene che «la vera violenza è quella dello Stato che militarizza il territorio per realizzare un’opera inutile»: uno Stato che militarizza un’area e va contro gli interessi dei cittadini, distruggendo un intero territorio e mettendo a rischio la salute pubblica solo per far arricchire qualche imprenditore amico, è uno Stato violento.

Il ricatto del pregiudicato

Silvio-Berlusconi_620x410Massimo Ragnedda (Tiscali) “Una soluzione per Silvio o ci sarà la guerra civile”. Le parole eversive del pasionario Bondi, Sandro Bondi, suonano in tutta la loro gravità in questa pazza estate italiana. Bondi evoca una guerra civile se un pregiudicato che ha truffato il fisco, non venisse graziato da Napolitano. Il PDL ricatta il Colle, ricatta il Parlamento, ricatta l’Italia. Dopo 20 anni suona sempre la stessa musica, le stesse note, le stesse parole. Prima gli interessi di un pregiudicato e poi quelli degli italiani. Non importa se la disoccupazione aumenta, se ogni giorno piccoli commercianti e piccoli artigiani sono costretti a chiudere sommersi dal peso del fisco (e c’è invece chi il fisco lo froda), non importa se il servizio sanitario nazionale arranca, se i giovani sono costretti ad emigrare, se la corruzione dilaga e se la povertà è in preoccupante aumento. Tutto questo non importa. Dopo 20 anni siamo ancora qui a parlare dei guai giudiziari di un pregiudicato, condannato in via definitiva per aver truffato il fisco: un reato tanto grave quanto odioso. I deputati e senatori PDL fanno quadrato intorno al loro capo perché sanno bene che senza di lui e senza le sue televisioni e giornali non esisterebbero. Tra i vari problemi del porcellum, voluto appunto dal pregiudicato di Arcore, vi è il fatto che deputati e senatori sono scelti dai vertici del partito e non dagli elettori, e nel PDL sono “scelti” direttamente da lui in base alla loro fedeltà al capo. È evidente che i parlamentari PDL rispondono a chi li ha nominati (il pregiudicato) e non a chi li ha eletti (gli italiani). Si capisce allora il coro unanime di parlamentari che senza il loro capo non andrebbero da nessuna parte o più semplicemente non esisterebbero. Stessa cosa i giornali e telegiornali del boss: è evidente che tutti in coro ripetano che è innocente (nonostante due gradi di giudizio e la Cassazione). In fondo, se ci pensiamo bene, sono pagati anche per questo. È normale che i vari Ghedini, Longo e la sfilza di avvocati del pregiudicato dichiarino che lui è innocente: è il loro lavoro e sono pagati per questo.

Il razzismo di Calderoli e l’iprocrisia dei vertici Pd

calderoli Massimo Ragnedda (Tiscali) Enrico Letta, capo della coalizione PD-PDL-Scelta Civica, alza la voce con la Lega, minaccia una guerra totale con Maroni e giudica inaccettabili le parole di Calderoli. Io non voglio neanche commentare le parole del vicepresidente del Senato, perché si commentano da sole e perché ne parlano già tutti. È, casomai, sull’ipocrisia dei dirigenti del PD che voglio dire la mia. Letta alza la voce con la Lega semplicemente perché la Lega non ha accettato (per ragioni strumentali e di opportunità politica) di stare al governo con loro, perferendo l’opposizione e qualche poltrona in più nelle commissioni parlamentari. Letta alza la voce con la Lega dimenticandosi di essere al governo con un condannato in primo grado a 7 anni per prostituzione minorile e concussione e condannato a 4 anni in secondo grado per frode fiscale. Letta, prima di ergersi a paladino dell’antirazzismo, dovrebbe ricordarsi che è al governo con chi ha definito Obama “abbronzato” (insulto fortemente razzista), che ha più volte sostenuto che Mussolini mandava gli ebrei in vacanza e ha definito Milano una città africana perché, a suo dire, ci sono troppi immigrati nelle nostre città.

F-35: uno dei più grandi sprechi della storia repubblicana, con l’avvallo del Quirinale

f35 Massimo Ragnedda (Tiscali) Ogni famiglia, soprattutto in questo momento di gravi crisi economica, sa benissimo che per far quadrare il bilancio familiare si deve dare spazio alle priorità e tagliare le cose superflue e non necessarie. Se una cosa superflua una famiglia non può permettersela, la si elimina, perchè le priorità sono altre. È uno dei principi basilari che ogni genitore conosce benissimo. Principio che governo ed esponenti della maggioranza trasversale, sotto l’egidia del presidente della Repubblica, sembrano non conoscere. In questo momento di gravissima crisi economica, mentre moltissimi piccoli artigiani e piccoli commercianti sono sommersi di tasse e non riescono a far fronte alle pretese dello Stato, il governo e la maggioranza PD, PDL e Scelta Civica, pensano di usare decine di miliardi di euro di soldi pubblici per acquistare inutili, difettosi e superflui aerei da guerra. Ma le priorità, come tutti sanno, sono altre. Qualsiasi buon padre di famiglia, trovandosi al governo del paese, avrebbe applicato il principio delle priorità e lo avrebbe fatto perché ama la sua famiglia. Qualsiasi madre dovendo governare il paese avrebbe capito subito che le priorità sono bene altre. Lo avrebbero fatto non per fare un dispetto al figlio che pretende il giocattolo difettoso e inutile, ma perchè sa benissimo che mangiare, garantirgli un’istruzione e delle cure mediche, in una sanità sempre più privata, sono le priorità.

A cosa è servito morire in Afghanistan se ora gli USA negoziano con i talebani e armano alQaeda in Siria?

11_settembre_664_autoCut_664x230Massimo Ragnedda (Tiscali) Sono passati 12 anni da quando gli Stati Uniti, assieme ad una coalizione internazionale compresa l’Italia (dal 2004), hanno lanciato una guerra contro l’Afghanistan. Sono passati 12 lunghissimi anni e nel frattempo decine di migliaia di persone hanno perso la vita, decine di migliaia di feriti e un’intera generazione di bambini rimarrà per sempre traumatizzata dalla violenza della guerra. Sono passati 12 anni e quasi 8000 soldati della coalizione internazionale impegnata a contrastare il terrorismo hanno perso la vita. Tra loro anche 53 militari italiani, morti mentre combattevano i “terroristi” che 30 anni prima gli Stati Uniti avevano creato, armato e allevato per combattere l’Unione Sovietica. È stato calcolato che sinora gli Stati Uniti tra Iraq e Afghanistan abbiano speso 4 trilioni di dollari (4 seguito da 12 zero, per intederci) e all’Italia la missione costi all’incirca 100 milioni di euro al mese, ovvero più di un miliardo di euro all’anno. Soldi che noi paghiamo con le tasse, quando facciamo benzina, quando compriamo una marca da bollo, quando facciamo la denuncia dei redditi. Soldi che potrebbero essere destinati a creare lavoro e occupazione, costruire nuovi ospedali e scuole più sicure e che invece il governo italiano, senza differenza di colore, destina alla guerra.

The Digital Divide. The Internet and Social Inequality in International Perspective

digital divideThe Digital Divide.  The Internet and Social Inequality in International Perspective, Edited by Massimo Ragnedda and Glenn W. Muschert, Routledge, 2013.

Published 5th June 2013 by Routledge – 324 pages

Series: Routledge Advances in Sociology

This book provides an in-depth comparative analysis of inequality and the stratification of the digital sphere.

Grounded in classical sociological theories of inequality, as well as empirical evidence, this book defines ‘the digital divide’ as the unequal access and utility of internet communications technologies and explores how it has the potential to replicate existing social inequalities, as well as create new forms of stratification. The Digital Divide examines how various demographic and socio-economic factors including income, education, age and gender, as well as infrastructure, products and services affect how the internet is used and accessed. Comprised of six parts, the first section examines theories of the digital divide, and then looks in turn at:

  • Highly developed nations and regions (including the USA, the EU and Japan);
  • Emerging large powers (Brazil, China, India, Russia);
  • Eastern European countries (Estonia, Romania, Serbia);
  • Arab and Middle Eastern nations (Egypt, Iran, Israel);
  • Under-studied areas (East and Central Asia, Latin America, and sub-Saharan Africa).

Providingan interwoven analysis of the international inequalities in internet usage and access, this important work offers a comprehensive approach to studying the digital divide around the globe. It is an important resource for academic and students in sociology, social policy, communication studies, media studies and all those interested in the questions and issues around social inequality.

Read and download the Introduction and table of content

20% od Discount with this flyer The Digital Divide. Flyerpdf

Pagina 17 di 34

Powered by WordPress & Tema di Anders Norén